Obrigado Portugal

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José Maria Nicolau è Coppi: maglia rossa, del Benfica. Alfredo Trindade è Bartali: maglia a strisce, orizzontali, bianche e verdi, dello Sporting Lisbona. Nicolau, gigante buono, e Trindade, intelligente e furbo.

I due non si danno una borraccia, ma si temono e si rispettano.

Nicolau trionfa nella Volta a Portugal nel 1931 e 1934, Trindade nel 1932 e 1933. E dividono a metà la passione dei portoghesi. Difficile dire chi prevale, chi è il più forte, chi vince fra loro due. Certo, vince il ciclismo.

Vitor Gamito sembra avere il dono dell’eternità: a 44 anni, 10 dopo l’ultima stagione da professionista, scommette sulle sue paure e anche sui suoi limiti, sfida se stesso, si allena come un matto, si mette a regime atletico, a dieta alimentare e forse anche ad astinenza sessuale, e poi prende il pronti-via, vecchio di fatica, ma giovane di speranza, vecchio di esperienza, ma giovane di volontà, vecchio di età, ma giovane di chilometri. Un altro che vince nel momento in cui parte, a prescindere dall’ordine di arrivo o dalla classifica generale.

Felipe Cardoso, gregario in fuga, trasforma in cronoscalata un arrivo in salita, ai piedi dell’ultima faticaccia di giornata ha un tale vantaggio che – ha avuto tutto il tempo per fare bene i conti – gli basta perdere 30 secondi a chilometro per guadagnarsi la tappa e magari dare anche un senso a tutto questo pedalare. L’ultimo a rincorrerlo è addirittura un suo compagno di squadra, ma stavolta il dio del ciclismo (o la Senhora de Graça, località finale e verticale) ha pietà per i più umili, 10 metri in più gli sarebbero stati fatali, forse anche cinque, forse anche uno solo, ma Felipe è felice, e la sua vittoria è anche aritmeticamente seducente.

E Davide Viganò, velocista di Carate Brianza, il cui sorriso illumina il mondo. Succede in volata, dopo tre salite al Santuario de Nossa Senhora do Sameiro (c’è sempre una Madonna in cima alle nostre fatiche), ed è la prima vittoria della sua carriera, la prima individuale dopo due collettive, due cronosquadre, in Qatar e alla Vuelta di Spagna. E nessuno può immaginare quanto se la goda.

Nicolau e Trindade, Gamito, Cardoso e Viganò sono solo alcuni dei protagonisti di “C’era una Volta in Portogallo”, tre diari di corsa e di viaggio, del tandem Daniele Coltrinari e Luca Onesti (Tuga Edizioni, 160 pagine, 15 euro), presentato ieri alla Biblioteca della bicicletta nella Casa del Parco a Roma, durante la festa “W la bici”, Coltrinari e Onesti hanno accompagnato, a volte seguito, altre preceduto la gara a tappe dal 2013 al 2016. In autobus, treno e autostop. Tra crowdfunding e couchsurfing. All’avventura, allo sbaraglio, all’arrembaggio. Occupandosi anche di dittatura e colonie, di geografia e gastronomia, di fado e destini, di feste patronali e domeniche bestiali. Con blog, foto, pezzi e, adesso, anche questo libro ciclistico e turistico, che sa di “trepadores” (scalatori) e di zaini.

Ogni tappa è un’esplorazione, ogni esplorazione porta a una scoperta. Il Portogallo come Paese di piste ciclabili (una strada del litorale atlantico da Capo Nord fino al profondo sud portoghese), biciclette (terzo produttore europeo), ciclofficine e cicloturismo (la chiamano “la rivoluzione dei pedali”). Il ciclismo come una buona scusa per aprire gli occhi e spalancare il cuore, per curiosare e indagare, anche per essere gli unici italiani a impadronirsi di una corsa che è bellezza, che è gioia, che è felicità.

di Marco Pastonesi

 

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su TuttoBici, qui

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