Bici da leggere. La Volta a Portugal

Tifosi in attesa dei ciclisti presso Nossa  Srª da Graça - Foto di Luca Onesti  presente nel libro C'era una Volta in Portogallo
Tifosi in attesa dei ciclisti presso Nossa Srª da Graça – Foto di Luca Onesti presente nel libro C’era una Volta in Portogallo

L’inverno è una stagione con poche corse e con poche pedalate, ma resta sempre un periodo per dedicarsi al grande ciclismo, ad esempio leggendo. Nelle settimane che ci conducono al prossimo Natale, vogliamo consigliarvi dei libri sul ciclismo usciti negli ultimi mesi. Da leggere, rileggere e soprattutto regalare. Oggi torniamo su un libro di cui avevamo già parlato.

Daniele Coltrinari e Luca Onesti. C’era una Volta in Portogallo.

Una corsa ciclistica e un paese, due amici e i loro sogni. Si potrebbe riassumere attraverso questi quattro protagonisti la storia di “C’era una Volta in Portogallo“, la strana vicenda di due ragazzi italiani alla scoperta di una corsa dalla tradizione lunghissima ma dalla fama sin troppo limitata alla sola penisola iberica.

Destino comune a tutto il ciclismo portoghese: un movimento chiuso tra i propri confini, sin troppo radicato alle proprie tradizioni, di fatto invisibile dall’esterno.

Daniele Coltrinari e Luca Onesti non sono due giornalisti di ciclismo, non fanno il mestiere dell’inviato ne’ quello del suiveur, sono due esploratori che hanno scelto una terra dai confini ben definiti e hanno deciso di scoprirla, anche attraverso il ciclismo. Quella terra è il Portogallo, e lo strumento è la sua Volta.

Il Paese lusitano lo raccontano sul sito Sosteniamo Pereira, un esempio riuscito di citizen journalism che porta in Italia le cronache e le musiche, la società e la strade di Lisbona, con un occhio particolare alla locale comunità italiana, in una città che è da sempre un luogo di passaggio e che ultimamente sta diventando anche un luogo di approdo. Insieme hanno scritto l’ebook “40 anni dopo la Rivoluzione dei Garofani” e collaborato a “Lisbon Storie”, il primo documentario sugli italiani che vivono e lavorano a Lisbona.

Dal 2013 al 2016 hanno voluto esplorare il loro Paese adottivo seguendo la più importante corsa a tappe del Portogallo, una prova con quasi 80 anni di storia alle spalle, che ha segnato gli exploit di tutti i più grandi corridori lusitani, ma che ha saputo annoverare tra i suoi vincitori anche nomi come Zenon Jaskula, Max Lelli e il compianto Xavi Tondo. Lo hanno fatto cambiando di volta in volta stile di viaggio, con un’auto della carovana o con improbabili autostop, seguendo ogni traguardo o selezionando le tappe giuste da alternare ai mercati, alle taverne e alle piazze roventi di un Portogallo raccontato fuori e dentro la corsa, con lo sguardo dei turisti e un taccuino di appunti sui corridori.

Non c’è quasi traccia di Rui Costa, primo e unico iridato portoghese, ma c’è il solco storico di Joaquim Agostinho, il più grande e sfortunato: talento puro arrivato al ciclismo tardissimo (a 25 anni) ma morto prestissimo, a 41 anni, ancora da corridore, in seguito ad una caduta causata da un cane alla Volta a Algarve. Ci sono però quei personaggi strani che affollano questo ciclismo strano: il vecchio Vitor Gamito, che torna a correre a 44 anni, dieci anni dopo essersi ritirato, per salutare un pubblico che lo adora e accompagna con continui brindisi, gli spagnoli Alejandro Marque e Gustavo Veloso, che vincono queste tre Voltas in maniera netta, tra il rammarico dei tifosi di casa, le promesse Joni Brandão e Amaro Antunes, gli scalatori Délio Fernández e David Belda, il fuggitivo Felipe Cardoso che si copre di gloria sul traguardo più importante, a Senhora de Graça, e Davide Viganò, che dopo una carriera da apripista nel World Tour trova a Braga la sua prima gioia personale.

Eppure tutti i ciclisti della Volta di oggi e di ieri restano sullo sfondo di una storia che ha per protagonisti i portoghesi, che ospitano questi due strani inviati sui divani di casa e gli mostrano i propri progetti o li rifocillano tra taverne e mercati, e con loro c’è Cecilia, la cicloturista argentina incontrata per caso e divenuta una sorta di musa che guida questo viaggio comparendo nei sogni.

Quello di Coltrinari e Onesti è più un diario di viaggio che una cronaca di corsa, un’avventura mossa in primis dalla curiosità, perchè il Portogallo lo si potrà osservare bene dalla cima della Torre che segna la vetta più alta sulla Sierra de la Estrella, ma per vederlo tutto è necessario scendere nelle sue piazze.

di Filippo Cauz

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Bike Channel, qui

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