C’era una Volta in Portogallo – intervista a Daniele Coltrinari e Luca Onesti

Metti due giovani viaggiatori, il più famoso evento ciclistico portoghese e una grandissima voglia di scoprire nuove storie e nuovi luoghi. Il risultato è C’era una Volta in Portogallo (Tuga Edizioni), un libro che già dal titolo rivela la sua indole favolosa. Favola è racconto ma anche stupore.

In effetti C’era una Volta in Portogallo non è una guida di viaggio come si potrebbe pensare, ma un racconto sorprendente che si perde nelle storie e per le strade di una terra incantevole come il Portogallo. Gli autori rispondono al nome di Daniele Coltrinari e Luca Onesti, giovani freelance italiani di nascita e portoghesi d’adozione che hanno fatto della passione per il viaggio e la scrittura, quella vissuta, la loro professione. Per quattro anni di fila, dal 2013 al 2016, Daniele e Luca si sono trovati a seguire le tappe del più importante giro ciclistico lusitano e lo hanno fatto letteralmente con ogni mezzo: dalla macchina al treno, dall’ autobus all’ autostop, passando naturalmente per la bici. Alla fine la meta. Ma si sà “la fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro viaggio” (Saramago).

Com’è nata l’idea di seguire la Volta Portoghese? Passione per il ciclismo o era una scusa per sbirciare nel Portogallo?

Daniele Coltrinari: Entrambe le cose. Benchè sia un po’ più grande di Luca, i ciclisti della “nostra generazione” sono gli stessi: Chiappucci, Bugno, Indurain, Pantani. Appunto Pantani. Dopo di lui, abbiamo smesso di seguire il ciclismo ma un giorno, nel maggio del 2013, ci siamo detti “perchè non torniamo a seguirlo? Sì ma in Portogallo.” E così è nato il libro.

Luca Onesti: Confermo quanto detto da Daniele. Questo viaggio mi ha permesso di riscoprire il ciclismo e così ho rimesso a posto la mia vecchia Colnago. Il mio sogno però rimane quello di fare un viaggio, magari in Portogallo di nuovo, ma tutto in bici.

Cosa vi ha rivelato il viaggio che non sapevate ancora di questa terra?

D.C.: Tantissime cose. Luoghi, enogastronomia, tradizioni. Sono andato a vedere le guide turistiche, anche le più famose, che parlano del Portogallo e dei posti dove siamo stati. Beh, senza esagerare noi raccontiamo delle particolarità che si trovano difficilmente anche sulle migliori guide turistiche.

L.O.: Ci ha rivelato ad esempio che Lisbona, che era l’unica città che conoscevamo bene, non è il Portogallo. È una città bellissima, con mille sfaccettature, ma per conoscere questo paese bisogna andare a vedere altri luoghi. Il libro risponde a questa voglia di fuga, in pieno agosto, da una Lisbona che è nota per essere una città tranquilla, quando invece è sempre più confusa, specie negli ultimi tempi, tra folle di turisti e lavori in corso dappertutto.

Durante il viaggio quali sono stati gli imprevisti e le sorprese, in che modo vi siete messi in discussione.

D.C.: Paradossalmente dal mio punto di vista non c’è stata nessun imprevisto. Cosi volevo fare questo viaggio e così l’ho fatto. Gli imprevisti erano previsti. Sorprese, si, quelle tante. Mettersi in discussione poi… come freelance lo fai sempre, anche quando non vuoi.

L.O.: Seguire la Volta non è mai una passeggiata. Spostarsi senza un mezzo proprio come abbiamo fatto noi può essere molto duro. Quest’anno ce ne siamo accorti ad esempio appena arrivati a Covilhã. Mai vista una città con delle salite simili! Di momenti così ce ne sono stati tanti in quattro anni, ma una volta che si parte si devono accettare tutte le difficoltà del viaggio. Non credo che questi quattro viaggi sarebbero stati così belli, così vissuti, se non fossero stati anche così faticosi…

Cosa fa di un reporter un buon reporter? Ad esempio essere “uomo di strada” come scrive Marco Pastonesi nella prefazione del libro?

D.C.: Pastonesi (ringrazio Marco per la bellissima prefazione che ha scritto per il nostro libro) conferma in qualche modo una mia idea, ovvero che non basta la formazione “teorica”, serve anche quella pratica. Nell’era dei social network molti pezzi si scrivono dalle redazioni. Tuttavia per conoscere un luogo e raccontarlo, bisogna “viverlo” e non andarci per qualche giorno come inviato. “Vivere per raccontarla” è il titolo di un libro biografia di García Márquez Gabriel. Credo non ci sia altro da aggiungere.

L.O.: Il giornalismo che ci piace di più è quello narrativo ma i giornali (e internet ancor di più) impongono di essere, chiari, semplici e veloci soprattutto. Noi invece, con questo libro, abbiamo deciso riappropriarci di un modo di raccontare che non incontriamo più. Restiamo artigiani della parola scritta, ma la grande letteratura sul ciclismo, quella di Dino Buzzati, di Anna Maria Ortese, di Vasco Pratolini ci ha ispirato nello scrivere questo libro, tanto quanto, e forse anche di più, dei pezzi dei giornalisti sportivi italiani o portoghesi, di oggi e del passato.

Sempre nella prefazione riferendosi al vostro mestiere, Pastoresi parla di “occupatissima disoccupazione”. Cosa significa essere freelance oggi in Portogallo?

D.C.: significa nella maggioranza dei casi non riuscire a vivere di solo giornalismo. Proporre dei pezzi, “piazzarli”, farsi ascoltare dai diversi caporedattori. Non sei occupato, finché non sei sicuro che il tuo pezzo sarà preso, pagato (chissà quanto tempo dopo), in pratica sei occupatissimo a non essere disoccupato.

L.O.: Concordo in pieno e aggiungo solo qualcosa per quanto riguarda la fotografia, che è tenuta in spregio ancora maggiore dal sistema editoriale dei giornali italiani. Il nostro paese ha avuto grandi fotografi ma non ha la cultura fotografica e il rispetto per questi professionisti che in altri posti sono invece naturali.

di Silvia D’Egidio

 

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su La Città, qui

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