Il Portogallo visto dalla due ruote

Può capitare persino che il ciclismo segni la mappa geografica di un viaggio nell’antica terra dei lusitani, fin nel cuore dell’entroterra del Portogallo, tra le sue regioni inesplorate, tra sport, viaggio e scoperta. Questo viene raccontato nel libro “C’era una volta in Portogallo” di Daniele Coltrinari e Luca Onesti (foto) (Tuga edizioni) – giornalisti appassionati di ciclismo che intraprendono un viaggio di quattro anni per seguire l’evento ciclistico più atteso dell’anno, “La Volta a Portugal” – viene presentato alla Mondadori di Salerno oggi alle 18.

La prefazione è di Marco Pastonesi, giornalista, scrittore e già editorialista della “Gazzetta dello Sport”.

Non si tratta soltanto un libro di ciclismo, ma di una lezione di giornalismo itinerante, che «è ancora battere la strada», disponendo soltanto di penna e taccuino. Il Portogallo raccontato nel libro non è soltanto un richiamo alla Lisbona di Pessoa, o alla regione turistica di Algarve, ma è un viaggio giornaliero intrapreso su vecchi autobus, bici arrugginite e su treni di seconda classe, alla scoperta di una nuova cultura e di nuovi mondi.

Il libro conferisce ampio spazio anche al ciclismo, alle competizioni storiche, alle sfide e agli atleti ciclistici lusitani che hanno segnato la storia. «Eravamo già a Lisbona da alcuni anni, poiché avevamo fatto là un Erasmus – racconta Luca Onesti – poi abbiamo deciso di fare la spola da lì all’Italia per ragioni di lavoro. Siamo grandi appassionati di ciclismo e abbiamo deciso di seguire da giornalisti il giro ciclistico de “La Volta”, che è uno dei più importanti in Portogallo, poichè è il corrispondente del nostro Giro d’Italia. Ed era anche un modo per conoscere meglio il paese ed i luoghi meno conosciuti del paese, fuori dai circuiti turistici».

«Questo non è un libro sul ciclismo, cioè non soltanto sul ciclismo – aggiunge Daniele Coltrinari – Il nostro libro parla delle città, dei paesi, delle città dove il giro ha fatto tappa. Sono 79 anni che esiste questa competizione e noi l’abbiamo seguita per quattro edizioni di fila. Abbiamo visitato città come Viseu, i dintorni di Porto, delle quali abbiamo apprezzato le specialità enogastronomiche, le abitudini e i costumi. I posti che visitavamo corrispondevano ad una tappa di partenza o ad una di arrivo. Purtroppo ora il giro è stato ridotto, perché prima solcava tutto il paese fino alle Azzorre e la Madeira; invece, all’incirca dal 1990, arriva soltanto fino al centro-nord del paese e negli ultimi anni anche al sud».

C’è qualche aneddoto riguardante il viaggio che vi ha particolarmente colpito?

«Il viaggio è stato ricco di episodi – ricorda Luca Onesti – anche perché abbiamo viaggiato con svariati mezzi di trasporto. Un anno ci siamo spostati in macchina perché lavoravamo per un giornale sportivo, mentre gli anni successivi sono stati molto più avventurosi, un’esperienza “on the road” a tutti gli effetti. Abbiamo dovuto utilizzare altri mezzi, tipo autobus, treni, e in alcuni casi abbiamo dovuto chiedere un passaggio agli abitanti del posto e la cosa non sempre era semplice. Però abbiamo scoperto che queste città hanno tantissime tradizioni, ad esempio ognuna ha il suo santo patrono. Spesso ci siamo ritrovati coinvolti in queste feste e magari non sapevamo nemmeno come avremmo fatto a tornare a casa».

Nella prefazione del vostro libro è presente una massima che fa riferimento ad un giornalismo itinerante e ad una “occupatissima disoccupazione”. Qual è il vostro modo di intendere il giornalismo freelance?

«Molte volte anche per sforzi economici sarebbe importante, se si vuole fare giornalismo all’estero, iniziare da un giornale più o meno importante. Noi abbiamo rimarcato il fatto che per conoscere un altro paese, bisogna comprendere il modo in cui vive, le sue abitudini, la sua cultura ed quindi necessario viverci per poterlo esplorare interamente» conclude Coltrinari.

di Luigi Somma 

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su La Città di Salerno, qui

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